La prima volta che ho incontrato Silvia Ziche per farmi autografare un suo libro è stata un’esperienza quasi onirica: lei che prende il libro e senza chiedere niente comincia a disegnare con una matita morbida degli ovali che presto avranno preso la forma della sua Lucrezia. Io che la guardo incantato e rapito e alla fine sussurro un timido “grazie” ricambiato da un sorriso.

La mia timidezza era dovuta al fatto di trovarmi di fronte ad un gigante del fumetto italiano che ha accompagnato e accompagna tutt’ora la mia e la vostra vita: da Topolino a Linus, da Comix a Cuore fino ai volumi realizzati da sola o in collaborazione con altri maestri del fumetto.

Silvia, io ho imparato a leggere su Topolino. Tu Topolino lo hai letto da bambina e lo hai “creato” da grande. Ci puoi raccontare come hai vissuto questo passaggio?

L’ho vissuto senza quasi accorgermene, in un primo momento. Ho appunto imparato a leggere sulle pagine di Topolino, mi piaceva disegnare, non mi sono neanche mai chiesta davvero che cosa avrei voluto fare da grande. Era come se lo sapessi già, se lo avessi saputo da sempre. Potenza dell”imprinting. Quindi, seguendo i fantasmi fumettari ben radicati nella mia giovane mente, ho cominciato a fare stalking agli autori di fumetti che incontravo alle varie fiere. Principalmente Trevisocomics, era relativamente vicino a casa, e io ero una studentella che girava col treno, o al traino di altri. La mia prima vittima eccellente è stato il grande Giorgio Cavazzano. Ma vi immaginate una ragazzetta quindicenne, appassionatissima di fumetti, che scopre di essere nata e vissuta per un miracolo del destino a soli quaranta chilometri dal suo idolo assoluto? Non ci potevo credere. Devo dire che Giorgio ha avuto una pazienza incredibile con me. Mi ha insegnato i primi rudimenti del mestiere. E a me, data l’età, pareva tutto normale. A diciannove anni mi trasferii a Milano, e cominciai a girare per redazioni, con il mio scarno book. Andò bene, al primo colpo, a Linus. E poco dopo a Smemoranda, e a Cuore. Ero testarda, appassionata e iperattiva. E ancora mi sembrava tutto assolutamente normale. Solo qualche anno dopo ho capito. Ho capito che non era così normale e che, per quanto motivata, ero stata fortunatissima. Ora, se ripenso a quei tempi, mi corre un brivido lungo la schiena. Una specie di memento della fortuna che ho avuto e che continuo ad avere.

Silvia era Alice ed è cresciuta in Lucrezia?

Meglio di così non si potrebbe dire. Alice era il mio alter ego a vent’anni. Una ragazza idealista in forma assoluta, che ancora non ha avuto abbastanza a che fare con la vita per conoscere i compromessi. Alice arrivava a Quel Paese come io arrivavo a Milano per studiare: frastornata, confusa, spaventata. Non capivo come funzionava il mondo, come funzionava la vita. Nessuno mi dava un libretto delle istruzioni, nessuno mi dava consigli. Mi sentivo perduta, le mie poche certezze vacillavano, cominciavo a capire che il mondo era molto più grande di quanto avessi immaginato, e che non aspettava me. Anzi. Ecco, ho esorcizzato il mio terrore di allora disegnando Alice. Adesso, se la riguardo, la trovo troppo ideologica, supponente.

Una decina d’anni dopo, e  dopo un ampio catalogo di delusioni e difficoltà, è arrivata Lucrezia. Con Lucrezia mi sono identificata e mi identifico, ma in lei c’è molto anche dei miei amici e amiche. Lucrezia è Alice cagliata, resa acida dalle difficoltà della vita. Avevo notato, all’epoca, come agli ideali dei vent’anni, quelli con la maiuscola (l’Amore, la Pace, la Natura, l’Umanità, il Progresso), si erano sostituiti degli ideali simili, ma ridotti, dal perimetro molto più limitato. Invece dell”Amore, il benessere personale. Invece della Pace, la mia tranquillità. Invece della Natura, il terrazzo di casa, e così via. Questa scoperta mi ha devastata. Ho deciso che le cose non potevano andare a quel modo. E, di nuovo, ho esorcizzato raccontando il mio malessere con un personaggio a fumetti, Lucrezia, appunto.

Confesso che una delle opere che preferisco è Infierno! su soggetto di Tito Faraci. Quanto ti senti “costretta” a seguire una sceneggiatura scritta da un altro?

Nessuna costrizione! Mi diverte, mi rilassa alternare storie scritte da me a storie scritte da altri. E’ una buona occasione per concentrarsi solo sul disegno, per cercare il modo migliore di raccontare con immagini quella storia. A volte è un lavoro che affronto con un entusiasmo che per le mie storie non riesco ad avere. Quando arrivo a disegnarle, dopo aver scritto il soggetto e la sceneggiatura, sono già stufa di vederle, e mi sembrano vecchie, già viste. Ho imparato che è solo un’impressione, ma disturba, comunque. Le storie di altri invece mantengono più a lungo l’impressione di novità. E poi considero il privilegio di lavorare con Tito, o con altri sceneggiatori, come l’apertura di un orizzonte nuovo. Le idee di un’altra persona quasi sempre danno una spallata alla tua visione del mondo, costringono la tua mente a esplorare paesaggi nuovi.

Trovi più soddisfazione nel disegnare una novel di molte pagine o nel trovare un buono spunto per una singola vignetta?

Sono due cose diverse e simili allo stesso tempo. Mi rendo conto che possa suonare strano, ma il tempo di arrivo dell’idea, della folgorazione, dura lo stesso tempo: un istante. Se è un’idea per una vignetta, a volte arriva già pronta, con tutte le parole al posto giusto, a volte invece è più una specie di intuizione, la consapevolezza che da quelle parti, cercando un po”, c’è una vignetta. Una specie di caccia al tesoro, insomma. L’idea per una storia lunga di solito arriva come le altre, velocemente. E altrettanto velocemente tende anche a fuggire. Quando la sento arrivare, cerco subito carta e penna (sono antica: i primi appunti li prendo sempre a mano) e cerco di scrivere più veloce che posso, cercando di catturare l’intuizione. In quell’istante di solito c’è tutta la storia, o meglio, l’embrione di tutta la storia. In questo caso però il lavoro da fare è lunghissimo. Scaletta, snodi narrativi, finale, gag…  un lavoro di mesi. Come soddisfazione, quella della vignetta è immediata. E’ una gratificazione che però dura poco, il tempo di disegnare la vignetta, e via. La soddisfazione nel fare una storia lunga è ben altro. E’ immergersi per mesi in un altro mondo… è bellissimo e sfiancante. Ma un’esperienza gratificante, da provare.

So che ammiri molto Claire Bretécher che fu definita da Roland Barthes nel ’76, “migliore sociologo dell”anno”: trovo in effetti che i fumettisti si ritrovino a “filtrare” la società. Ti senti in questo ruolo?

Un po” sì. Non posso paragonarmi assolutamente alla gigantesca Bretecher. Ma quando ero ragazzina ho letto tutti i suoi libri. Ho trovato I Frustrati, su Linus, me ne sono innamorata, e ho cercato anche tutto il resto. Claire Bretecher mi ha aperto nuovi orizzonti. Prima vedevo il fumetto come un’avventura, una narrazione. Dopo aver letto I Frustrati, ho capito che l’avventura poteva anche essere interiore. Che si poteva raccontare, con i fumetti, anche l’animo delle persone. Ecco, è quello che mi ritrovo, a volte anche senza volerlo, a fare. Mi piace ascoltare le persone, leggere i giornali, chiedere opinioni, ascoltare racconti. Poi filtro, frullo, metabolizzo. E racconto.

In Italia abbiamo (e abbiamo avuto) grandi maestri e ottimi autori ma manca ancora una vera cultura del fumetto come, ad esempio, in Francia. Hai una spiegazione per questo?

No. Non sono evidentemente la persona giusta a cui chiedere, visto che amo i fumetti, e ci ho costruito attorno la mia vita. Ho sempre pensato che avessero la stessa dignità di altri modi di raccontare: letteratura, cinema, musica… Ma evidentemente da queste parti non siamo in molti a vederla così.

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